Fermata Impresenziata
Carlo Emanuele Pulcini e Francesco Querin; una macchina fotografica; un block notes e dei treni sono più che sufficenti per un itinerario nelle stazioni più minute d'Italia. Quelle che, a rischio d'estinzione, presto potrebbero spezzare l'incanto del Viaggio stesso. Tra racconto, testimonianza e riscoperta di sè. Dodescaden ne è provvisoriamente il nome; il blog offrirà degli scorci di quello che è il nostro lavoro di studio e ricerca.
Bagaglio leggero, di marciapiede in marciapiede lungo la linea gialla. Giorno per giorno, sgrano un rosario di stazioni tra le dita, sotto le suole, traversine che non riuscirai mai a contarle tutte, preghiere per posti che muoiono senza fretta. Il mio paese, da solo, l’ho girato la prima volta sul ferro 50, sul ferro 60. Il giunto era ancora quello sfalsato, dodescaden regolare dava ritmo ai pensieri, al movimento delle tende, delle teste. Espresso ha finestrini apribili, interno crema e cioccolato, compartimento da sei poltrone abbattibili: che se tiri le tende in una tratta poco frequentata è un invito a farci l’amore. Con la mia prima ragazza fissa divisi lo scompartimento nel nostro primo viaggio, e lei non era ancora la mia ragazza. Avevo 16 anni. Anche adesso che non è la necessità che spinge, e soprattutto perché avrei alternative forse, riprendo il treno senza destinazione per vedere un po’ come è cambiato, com’è lo stato reale di questo mio paese immaginario fatto di lingue diverse, culture mai unificate. Paese che odio e che amo, che mai sarà Nazione, che prendo troppo sul serio: come fanno i bambini. E’ che alla scuola elementare le finestre della mia classe davano sulla ferrovia. Il piano era rialzato e a guardar fuori dal mio banco l’unica cosa che potevo vedere in movimento era il treno. Non me ne perdevo uno. Da bambino ero futurista io!
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7.03.2001.
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Timbrature


Giorno: 26.11.2005
Stazione: Portogruaro
Termine corsa.
Nessuna freccia, qui, ci dice da che parte stiano Venezia e Trieste. Noi siamo a metà.
Per una volta, il paese è ad un passo da noi, in attesa di una littorina. Un paese avvolto nella nebbia ed in un umidissimo buio.
Una cioccolata calda, bevuta accanto ad un armadio di vetro, al bar della stazione.
D'inverno nessuno si ferma più qui, se non è costretto. Da qui si va solo al mare.
Ma tutti tremano nei loro cappotti.
Picasso si è fatto di nebbia e vino buono.
Data: 26.11.2005
Linea: Treviso - Portogruaro
Stazione: Oderzo
Oderzo è chiusa. E' stata una casa, in qualche modo, qualche tempo fa. Ora, ammutolita, sembra solo un giaciglio un po' troppo alto per passeri e piccioni. Olmi, quercie, un paio di acacie guardano la linea, a contorno di un sagrato lambito dalle strade, ultimo relitto di una religiosità simile alle vecchie chiese dei paesi di montagna, il cui prete è un eremita, o un confinato.
Neppure gli autobus fermano più, qui.
Vecchi fantasmi si passano di mano gli orari, attraverso le porte murate, vedono le 632 sfrecciare e passare oltre; alcuni controllano scambi che non possono più azionare; altri poggiano i gomiti su davanzali sepolti dai mattoni.
I bambini giocano, senza sapere che cosa sia stato tutto il passato.
Ragazza in bianco fuma seduta una composta sigaretta. Sopra una sciarpa che strangola di lana. La neve cade in mezzo, e spesso vetro piombato. Inutile cercare di evitare, molto più che un attimo, occhi chiari mi rigano le lenti. Sguardo che annega di tristezza: aver dovuto salutare troppo presto qualcuno, qualcosa. Forse per l’ultima volta. Dopo prendero la giacca dal portaogetti e la infilerò. Il suo freddo disperato ormai dentro, così difficile da scaldare via. A ricordare che le stazioni sono anche terra di addii, abbandoni di chi rimane.
Francesco scrive sul suo Block Notes
Graffiti nel Nordest
SE(C)SE regna
Ritengo fondamentale parlare dello stato attuale delle Ferrovie, specie di quelle locali: questo specificherà meglio quale sia l'intento di questo progetto, e quale sia la tristezza con cui ci poniamo a guardare intorno a noi.
Ad attraversare le piccole stazioni, emerge un senso di nostalgia e di tristezza. Conoscendole com'erano prima della privatizzazione e degli ammodernamenti, e sapendo cosa stia accadendo, è demoralizzante ritrovare le tracce di quanto ormai s'è perduto irrimediabilmente.
L'Italia è composta da molte città relativamente piccole, ma importanti, e da moltissimi comuni decisamente poco inurbati. Riuscire, quindi, a governare delle linee e degli orari ferroviari non è quanto di più facile: un treno Eurostar Venezia - Roma dovrà sempre fermarsi almeno a Padova (dieci minuti da Venezia), Rovigo (venti minuti scarsi da Padova, su linea lenta), Ferrara (trenta minuti da Rovigo), Bologna (trenta minuti da Ferrara), Firenze (un'ora scarsa da Bologna), e solo poi potrà correre disperatamente verso la Capitale.
Non è possibile ridurre drasticamente il numero di fermate. Ciò causa tempi lunghi, e rende fondamentale l'uso di più materiale rotabile.
Inoltre, la presenza di infinite realtà cittadine locali, richiede un numero sterminato di chilometri di binari per le brevi percorrenze.
Mantenere delle Ferrovie come quelle italiane, è un'azione di sola spesa, e di ben poco guadagno; tutto quanto è stato detto è una premessa già triste, ma, proseguendo, la faccenda si farà davvero preoccupante.
Fino a non molto tempo fa, eravamo considerati tra le migliori ferrovie al mondo per numero di incidenti ferroviari; ma allora si chiamavano ancora Ferrovie dello Stato, ed avevano un logo rosso, con la sigla in bel grassetto. Vagoni e locomotrici erano dipinte a seconda della percorrenza che dovevano fare, e tutto dipendeva dallo Stato. Così, come è necessario che sia.
Qualche governo fa, si è avviato un processo di semi-privatizzazione del tutto confusa, che prevede la scorporazione in varie aziende dell'Ente Statale, permettendo allo Stato di finanziare di meno e a privati di intervenire nella Società. Così, ora si parla di Trenitalia (Materiale rotabile principale), RFI, (Rete ferroviaria principale), GrandiStazioni, CentoStazioni e di tanti altri gruppetti che si sono divisi orari, tratte, locomotrici, e quant'altro si potesse dividere. In sostanza, si è concesso a enti non pubblici di partecipare al controllo e alla gestione di tutto il sistema mobile italiano, non ritenuto fondamentale in una Nazione che continua ad avvicinare le autostrade ai centri storici.
Cosa sta succedendo, e cosa possiamo aspettarci?
Poichè i privati cercano un guadagno, e delle Ferrovie così strutturate non ne possono offrire, specie per la loro capillarità e per l'età della maggioranza del materiale rotabile. Quindi, un modo efficace per "razionalizzare" il sistema e permettere di autosostenersi senza bisogno dell'intervento governativo, si è proceduto ad alcuni interventi: gli immobili sono stati venduti, le officine sono state affidate a privati; le manutenzioni ordinarie e straordinarie sono rimandate, e mai sono controllate; è stata rimossa la figura del secondo macchinista (da qualche anno), si è licenziato del personale. Siamo arrivati al punto che, su richiesta Governo Berlusconi, la linea AV Roma-Napoli è stata inaugurata con 5 mesi di anticipo sui sei previsti di collaudo.
Dall'altra parte, lo Stato si ritiene ora ben legittimato nel non finanziare ulteriormente i trasporti su rotaia: così, quest'anno, negli stessi giorni in cui Bossi ha comunicato ufficialmente alla stampa che si punterà tutto su questo sistema, si votava per la riduzione ulteriore dei finanziamenti a Ferrovie dello Stato, che ora ha ottenuto soltanto 276 milioni, oltre il 90% in meno del bisogno effettivo.
Questo spiega il gravissimo numero di incidenti (non parlo solo dei tre conosciuti di quest'anno, ma anche di tutti quelli molto meno noti: ALn arrostite, ETR non manutenuti e costretti a riparazioni d'emergenza da operai ACI,è il caso di un ETR Roma-Napoli, qualche mese fa, per assenza di operai di manutenzione a Roma, e di tanti altri), e la chiusura progressiva di fermate e stazioni, nonchè lo sviluppo dei trasporti AV.
In due parole: poichè non è possibile gestire con profitto tale numero di chilometri, con sicurezza e sistemi di protezione, si creano nuove linee urbane, di profitto garantito, con fermate minimali; le Regioni sono costrette a compartecipare fino al 40% dell'acquisto dei treni regionali, e della manutenzione locale per evitare che le linee vengano chiuse; le linee minori vengono semplicemente soppresse gradualmente, prima con la spoliazione dei servizi di stazione; successivamente con l'eliminazione fisica delle stazioni, infine con l'eliminazione fisica dei treni da quei tracciati. Persino i deragliamenti, spesso, sono premessa ad una chiusura di linea (poichè la linea non è sicura, i soldi non ci sono, si chiude la linea, oppure, come dopo la strage di Crevalcore, si attrezza la linea spogliandone un'altra, magari al sud, e rendendola sprovvista del minimo indispensabile in fatto di sicurezza) I chilometri a rischio sono migliaia. Inoltre, si cerca il massimo profitto sulle linee "sicure". Non parlo del Sud peninsulare, ormai quasi del tutto cancellato, ma delle conosciutissime Torino - Milano - Roma; Trieste - Venezia - Roma; e l'asse settentrionale (Francia) - Torino - Milano - Venezia - Trieste - (Est). Su queste si potenzia un servizio sempre più in auge, di treni che possano garantire delle percorrenze molto più rapide (più o meno le stesse del 1939, quando l'ETR 201 sola prima classe faceva da Milano a Roma fermando solo a Firenze), con riduzione sostanziale delle fermate: quindi, vengono eliminati Regionali ed Interregionali, ormai sostituibili con i vecchi InterCity, che pur vecchi garantiscono una qualità di viaggio migliore dei suddetti; il servizio di mezzo viene eliminato e viene sviluppato il servizio esercitato dagli Eurostar ETR 500, sulle tre linee fondamentali: Bologna diviene quindi punto nodale di tutto il traffico nord - sud, ormai unica fermata di TrenOk (ETR 450 low cost) e T-Biz (ETR 480 hi-cost), e Firenze fulcro della nuova linea AV Firenze - Napoli (centro - sud).
Ecco, allora, che il nostro viaggiare diviene una missione: testimoniare di quanto si stia perdendo, dimenticando e lasciando indietro: gli immobili venduti, i mezzi accantonati, vecchi e distrutti; l'annichilimento di pezzi di storia ferroviaria italiana con la distruzione di complessi antichissimi, la trasformazione in centri commerciali delle Storiche stazioni più grandi. Non vogliamo e non dobbiamo dimenticare nulla di tutto questo, specie sapendo che, in gran segreto, il governo si sta adoperando e sempre più si adopereranno i governi successivi a retrocedere in questo progetto criminale e ricomprare (a prezzo doppio) immobili, mezzi, linee e rifare tutto da capo, come sempre.
Olmi è in mezzo al nulla.
E nel nulla
è facile perdersi.
Data: 26.11.2005
Linea: Treviso - Portogruaro
Stazione: Olmi
Basterebbe un telegramma a descrivere questa stazione, o una semplice metafora.
Olmi, legni teneri e frutti che non riconoscerei mai. Autoctoni, ma non ce n'è. Solo campi.
Se questa fosse una sala di teatro, non avrebbe che uno spettatore solitario, ma in mezzo alla platea di sedie vuote. Il palco, sarebbe vuoto; e vi sarebbe solo un sipario grigio e semitrasparente, oscuro quanto basta a dubitare che sia tutto così vuoto, e non ci sia invece qualcuno dietro. Che non ci sia altro.
Ultimo spazio di fermata, un orologio ridotto alla cornice, senza più ore da segnare; nè meccanismi che muovano lancette inesistenti. Qui il tempo non ha senso: immagino la gente raggiungere la stazione, posare la borsa restando in piedi, aspettare il treno, salire nel treno, partire. Qualche cartaccia, resti di riviste, è sbranata a terra assieme a foglie marce. E poi tornare, scendere con attenzione dal treno, e con gesti rituali tornare ciascuno alla propria autovettura; a casa propria.
Stazione di Treviso, sciopero generale.